Apostrofi
lunedì, ottobre 27, 2003
Qualcuno dica a Tarantino che Kill Bill sarebbe perfetto se ci fosse anche Zanardi.
giovedì, ottobre 23, 2003

C'e' un videogioco che si chiama "Grand Theft Auto 3", ci si puo' giocare sia con un pc che con una playstation, e quindi in pratica lo si puo' trovare in quasi ogni casa del mondo.
Nonostante anche i giochi si possano duplicare, un po' come i cd, quello dei videogiochi e' ormai un business che ha superato come fatturato l'industria del cinema "normale", che pero' e' da mo' che e' stato battuto anche dal cinema porno.
Protagonista del gioco e' una specie di elvis magro e con le gambe lunghe che si ritrova in una citta' parecchio violenta, e per motivi molto personali si ritrova a dover fare carriera nella criminalita'. Il gioco e' composto di missioni, in cui si corre in auto o in moto, si uccidono altri personaggi con pistole bazooka e lanciafiamme, il tutto in un mondo elettronico fatto di prede e predatori, ma d'altronde e' vero per tutti i videogiochi.
Ci giocano in tanti a giochi come questo, o proprio a questo, e tra loro, tra noi, anche William e Joshua Buckner, due fratellastri americani di 16 e 14 anni, che la notte del 25 giugno si sono appostati su un ponte che dava sulla Interstate 40, dalle parti di Newport, nel Tennessee.
In mano avevano un fucile calibro 22 e con quello hanno sparato a qualcuna delle macchine che passavano sotto di loro. Hanno ferito una ragazza di 19 anni e ucciso un uomo di 45, li hanno arrestati, hanno confessato e si sono pentiti.
Negli ultimi giorni un avvocato che si chiama Jack Thompson per conto della famiglia della vittima ha chiesto un risarcimento di 246 milioni di dollari, citando in giudizio non solo i produttori del gioco, ma anche Wal Mart, la catena di magazzini in cui i due ragazzini l'hanno comprato.
La tesi dell'avvocato e' che Grand Theft Auto istiga alla violenza, e quindi e' in qualche modo responsabile di cio' che e' successo. Non e' la prima volta che Thompson cerca di convincere una giuria della sua tesi, e se l'ultima volta gli e' andata male (gli hanno risposto "appare semplicemente impossibile dimostrare che questi giochi inducono alla violenza"), e anche vero che nel Tennessee le leggi sono diverse, e nel frattempo in piu' di un'occasione la polizia ha avuto tra le mani giovani criminali che dicono di essersi ispirati a GTA, o di esserne ossessionati.
La questione e' interessante, e non e' solo americana. L'idea che un sistema che ci tratta da consumatori idioti si prenda carico degli effetti della nostra idiozia sta arrivando anche da noi, insieme alle sigarette ("sapevo che fumare fa male, l'ho fatto lo stesso e ora voglio un risarcimento per i danni") e agli hamburger ("sapevo che a mangiare troppe schifezze sarei diventato un ciccione, ma ora che lo sono devono risarcirmi").
Questione interessante e complessa, per la quale personalmente non ho risposte, ma solo due domande, una da fare all'avvocato di cui sopra e una da fare a un musicista ormai morto.
"Jack, ma com'e' che non hai citato il produttore e il venditore del fucile che hanno usato i ragazzi?"
"Ludwig Van, ma lo sai che t'e' andata di culo che per ora non si sono accorti che il tizio di Arancia Meccanica era ossessionato dalla tua musica?"

E aspiette che chiove,
l'acqua te 'nfonne e va,
tanto l'aria s'adda cagna'
martedì, ottobre 21, 2003

New York, 1928.
Per ogni tesoro ci sono almeno cento pirati, da bambino in quell'orfanotrofio era una delle mie frasi preferite, me la ripetevo dopo ogni scazzottata.
L'avevo letta su un fumetto, capitato in camerata chissà come, e passato di letto in letto, anche quelli che non sapevano leggere avevo preteso di guardarlo, come gli altri, anzi, ridevano di più. C'era un uomo, un mago, aveva i baffi a punta, un anello speciale e un servitore quasi nudo e fortissimo, quando l'ho visto senza farmi accorgere l'ho confrontato con Pete, e sì, lui poteva anche andare bene, ero io che non avevo nulla di speciale, tranne la tromba.
Era quello il tesoro per cui capitava di scazzottarsi almeno una volta al mese, ed erano pugni feroci, morsi, ero piccolo e quella tromba non era un giocattolo, non per me, e non trovavo altro modo per spiegarlo ai pirati che regolarmente cercavano di togliermela. Ero costretto prima a ringhiare, le piccole mani strette in pugni senza voce, e poi a tremare, di rabbia, contro la stupidità di un mondo intero che prima mi aveva ridotto ad avere solo quel tesoro, e poi mandava qualcuno a togliermelo, qualcuno che non capiva che per me non era solo un oggetto, qualcosa che si può vendere o comprare, e quindi anche rubare.
Non lo avrei saputo dire, allora, e neanche adesso ci riesco, per questo la lucido e non la faccio toccare a nessuno, per questo ogni volta che la tocco, e c'è luce, sugli occhi, e nero, sui tavolini con la gente, io non dico nulla, neanche saluto, se non lei, con un respiro fondo, che prendo prima di portarla alla bocca (acida, la lingua sente il metallo e si abitua al sapore).
Per ogni tesoro ci sono almeno cento pirati, all'orfanotrofio per quella tromba ne devo avere incontrato almeno centouno, ma continuavano ad arrivare, e io a difenderla, con i sassi, i trucchi, le bugie e la spia fatta al frate di turno, l'ho difesa col sangue, i lividi, i capelli strappati, e con l'amicizia di Pete, certo. All'epoca c'erano un Dentro e un Fuori, e con Pete ho avuto anche un Prima e un Dopo, qualcosa era cambiato, anche se per la tromba non gli ho mai chiesto aiuto, e non per orgoglio, ma perché non volevo che potesse reclamarne una parte.
Non so cosa avrei fatto se gli fosse venuto in mente che era sua, o che poteva averla, ogni tanto ci pensavo e avevo paura, e non era strano, tutti lì avevano paura di lui, solo che non ho mai pensato che potesse volere l'oggetto, secondo me aveva capito che senza quell'oggetto non ci sarebbe stata la musica che, quella sì, pretendeva, specie d'autunno, quando le giornate cominciavano ad accorciarsi, e io davo fiato a quello che credevo di aver sentito stando fuori dai locali. Lui in quelle sere aveva la faccia nera e in cortile era chiaro che se non avessi suonato mi avrebbe picchiato, anche se meno forte di quanto capitava con gli altri, pensavo, speravo.
Gli piaceva tutto, ma soprattutto una canzone, io non l'avevo mai sentita, lui aveva cercato di farmi capire quale fosse, la fischiava, ma gli veniva fuori qualcosa, che anche con tutta la buona volontà non somigliava a niente. Allora si è messo a cantarla, aveva una voce di cui vergognarsi, quasi da donna, ma io ero troppo attento a cercare di capire, ci ho ripensato dopo, non in quel momento, mentre lui cantava, dolce, e ho chiuso gli occhi per capire dove fossero le note, dove mettere le dita sulla tromba.
Ci ho messo due giorni, ma l'ho imparata, e poi lui l'ha pretesa per anni, non sempre, ma soprattutto in autunno, coi primi freddi in cortile, tra foglie così grandi che sembravano vele senza navi, io suonavo e speravo che da fuori sembrassero ballare.
giovedì, ottobre 16, 2003
Novita' dagli USA: la figa non- profit!
Do you like Banjos, Mandolins, Ukuleles, Guitars and Related Fretted Musical Instruments??? If you do, then...FIGA IS FOR YOU! Thanks for visiting! The Fretted Instrument Guild of America, also known as FIGA, is a non-profit international musical organization that was founded in 1957. Our membership consists of approximately 2000 people just like you...banjo, mandolin, guitar, ukulele and related fretted musical instrument players and enthusiasts from all over the world. Many FIGA members are musicians - of all levels - from beginner to top professional. Other non-performing members simply enjoy the music, information and camaraderie that FIGA membership is known to provide. To learn more about FIGA membership benefits or to print a membership application, simply click on the appropriate tab to the left.
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E sul sito che ne parla alcuni argomenti ghiottissimi:
FIGA Homepage
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FIGA Links
(dal sito http://www.frettedinstrumentguildofamerica.org/pages/872009/index.htm)

- Vieni – me lo chiede mentre sono seduto su una sedia, ho una mano su una gamba, tiene una sigaretta, gli occhi fuori dalla finestra.
- Dove? – la sua non era una domanda, ha già la borsetta in mano, la chiude, si gira ancora verso di me.
- Fuori, andiamo a prendere un caffè – Vinnie e Pete la fissano, uguali, è una cosa seria, non ha neanche messo il profumo.
- Va bene – sospiro, mi alzo, spengo la sigaretta e guardo ancora fuori, le nuvole sono di più, molte di più.
Fuori fa quasi freddo, è scuro e la gente cammina appena curva, indecisa se alzare o no i baveri, indecisa su questo e su quello, e per questo più veloce. Anche Yvonne lo è, veloce, non mi guarda. Lei non è curva, testa alta e capelli indietro, le vedo il profilo destro, quello che agli altri piace meno, glielo ha detto una volta un tizio, un impresario.
E’ lei ad aprire la porta del bar, lei che la tiene aperta e aspetta che anche io entri, il tutto senza parlare, con un’occhiata chiede alla cameriera con cingomma se quel tavolo va bene, l’altra annuisce, ci sediamo, lei ha già il cappotto in mano, lo poggia accanto a sé, c’è una bottiglia di sciroppo sul tavolo. Mi guarda, io non capisco, continua a guardarmi, fino a quando non arriva la cameriera.
- Cosa vi porto? – mastica, lenta, inesorabile, guarda il suo taccuino, ha una crocchia di capelli di quelli biondi da tre generazioni.
- Caffè – dice Yvonne
- Caffè e ciambelle – per me.
- O chei – dice lei, con una masticata nel mezzo alla parola, e ci lascia in un silenzio che non mi piace.
- Non mi piace – dico io.
- Cosa? –
- Questo silenzio, non mi piace –
- Vuoi che ti canti qualcosa? –
- No, no, è solo che –
- E’ solo che siamo nella merda, giusto? – ha sulla camicetta una spilla, non gliel’ho mai vista.
- Giusto –
- E pensi sia colpa mia, giusto?- alzo la testa.
- No – le dico.
- No, dici, però? –
- Però lo sapevi – aggiungo.
- Sapevo cosa? – si sente un tuono, da fuori, attraverso la vetrata vedo una donna grassa aprire l’ombrello.
- Sapevi dell’italiano, cazzo, Yvonne, sapevi che era pericoloso –
- Perché? Chi non lo è? –
- Io! Pete, la tua vicina di casa, ce ne sono di persone non pericolose – devo aver alzato la voce, la cameriera porta i caffè, mentre li poggia sul tavoli mi guarda, quei capelli son brutti anche visti da vicino.
Yvonne mette della panna nella sua tazza, ha gli occhi bassi, mescola con un cucchiaio, la spilla luccica.
- Me lo racconti? – le chiedo.
- Cosa? –
- Come è andata? –
- Come è andata cosa? –
- Come è andata che quello aveva una foto di tuo figlio, con gli orari della sua scuola, come è andata che Pete lo ha massacrato e ora sta in un parco a guardare da vicino l’erba che cresce, come è andata che tu hai una cosa sua, e dici che è per quello – mi guarda.
- Sei sicuro di volerlo sapere? – un altro tuono, o forse è che ho paura.
- Sì – sospiro, e poi le dico che
- Devo capire in quanta merda siamo – lei accende una sigaretta.
- Sai, Zeb –
- Cosa? –
- Nessuno fa niente per niente – non mi piace questo discorso.
- Non è vero –
- Ok, per ora diciamo che sono in molti a volere qualcosa in cambio –
- Lui che ti ha dato? –
- Scritture, gli ultimi due locali me li ha trovati lui –
- E poi? – si tocca la spilla, gliela guardo.
- Regali, sì, anche questa spilla –
- E – sto per chiedere
- E cosa? –
- Cosa ha voluto in cambio? – mi guarda con un sorriso insulto.
- Secondo te? –
- Io –
- Eh, Zeb? Secondo te cosa voleva da me? Eh? Cosa? – la cameriera ci guarda.
- Io, senti –
- Eh, cosa voleva, cosa vogliono tutti da me, eh Zeb? – la cameriera ha smesso di masticare.
- Yvonne -
- E tu? Tu non vuoi la stessa cosa? Eh, Zeb? O vuoi dirmi che hai cambiato idea e non ti piaccio più? – è incazzata, gli occhi scuri, fuori piove.
- Non è la stessa cosa, io non ti ho mai chiesto niente, io –
- Tu non hai mai chiesto niente? Sicuro? Dici che amare qualcuno non è chiedere qualcosa? Essere lì, con l’amore per terra come uno zerbino, e io ci passo sopra, pensi che non me ne accorga? Pensi che non veda come mi guardi, o come ci resti male se sto con qualcuno? –
- Io non ti ho mai chiesto niente –
- Nemmeno con gli occhi, eh Zeb? Nemmeno coi silenzi? –
- Io –
- E con la musica, neanche con quella mi hai mai chiesto nulla? –
- Io –
- Tutti vogliono qualcosa –
- Io –
- E tutti la chiedono, solo che alcuni coi “no” si incazzano di più –
- Io -
- Beh, quello si è incazzato, Zeb – poi tace.
- E non è il solo – aggiunge.
- Cioè? – le chiedo.
- Cioè sono incazzata anche io – si alza e se ne va, basta un attimo e la porta è già chiusa.
Mi alzo anche io, lento, la cameriera mi fissa, lascio dei dollari sul tavolo, lei mi saluta, mentre sono sulla porta mi giro e lei è ancora lì.
- Ah, senti – le dico.
- Sì –
Vai affanculo – lei smette di masticare e io esco, fuori piove come Dio la manda.
martedì, ottobre 14, 2003
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Milano, sette di sera, acciottolato su stradina stretta, si cammina lungo i muri mentre passano le auto.
Incrocio due bambini, dieci o undici anni. Uno piu' biondo e quindi piu' alto, bello come il compagno che e' bruno e piu' basso, vanno entrambi in bicicletta.
Mentre li incrocio succedono, insieme, tre cose.
Un'auto fa un BEP a meta' tra l'avvertimento e l'insulto.
Il biondo rivolto all'auto quasi nuova dice "cazzo suoni?"
Il bruno rivolto all'acciottolato vecchio di decenni dice "se ha baciato un altro voglio che me lo dica in faccia".
lunedì, ottobre 13, 2003
Frutta, cantanti, citta', dinosauri.
Con la K: Kiwi, Knopfler, Kyoto, Knopfleri Masiakasaurus. L'ultimo e' un dinosauro di cui allego il muso allegro, cosi' chiamato sia perche' ai paleontologi ci piacevano i Dire Straits, sia perche' dicono che ascoltandoli trovavano piu' ossa. (Giuro: http://www.geolsoc.org.uk/template.cfm?name=knopfler)

Venerdi' tre cose mi hanno colpito. La prima l'ho letta, la seconda l'ho vista, la terza non la posso raccontare.
Su Repubblica si dava conto di una ricerca, apparsa su Nature, secondo la quale l'universo non e' infinito, ma finito, e ha la forma di un dodecaedro. Sempre secondo questa teoria, l'illusione di infinito non e' altro che un gioco di specchi, una carambola ottica e fisica che trasforma il monolocale di Dio in una Versailles del cosmo, innumerando grazie a rimbalzi e passaggi le illusioni di stelle, pianeti e possibilita'.
Su Rai 2 invece c'era una puntata dell'Isola dei famosi, la prima che abbia visto in vita mia, nella quale gente nota o presunta tale si spoglia di fama e paillettes (l'infinito) e si cala in una geometria esistenziale molto limitata, in termini di saponi, mortadelle, estetiste e spumantini. Il Deus ex machina da presa e' Simona Ventura, che dispensa ironia poca e sbuffi da dio degli eserciti a 'sti disgraziati che non fanno altro che dire "qui e' dura, qui e' molto dura", come se da noi da quando c'e' l'euro le cose fossero piu' facili.
Sono convinto che ci sia un parallelo, almeno uno, tra l'universo e quella trasmissione. L'idea del gioco di specchi che amplifica bocche e stupori e' troppo bella per rimanere chiusa in un cassetto cosi' insignificante come una teoria dell'universo, insignificante perche' esoterica, insignificante perche' non cambia non dico la vita, ma neanche un lunedi'.
E se e' buffo pensare che il finito non ha manco per un cazzo rassicurazioni in piu' da dare rispetto all'infinito, perche' ti porta a pensare al nulla che racchiude l'universo, o la fuffa di Rai 2, o qualunque altro sistema in cui decidi di portare gli specchi che giocano, e' gia' piu' interessante accorgersi che i rimbalzi si' che non si contano.
La carambola e' infinita e imprevedibile, e ti fa scoprire per esempio che Google News italiano da' la notizia sulla teoria dodecaedrica su un'unica pagina del sito dell'uefa, il cui titolo e' "Sognando Beckham". Il risultato finale e' che non so se Dio esista o no, ma di sicuro ci piglia abbastanza per il culo.
venerdì, ottobre 10, 2003

Neanche la pioggia è tutta uguale, a New York, come la gente. A volte ci sono nuvoloni enormi, devi muovere il collo per vederli tutti, una panoramica vertebrale, quasi scrocchia prima che tu ti renda conto che, forse, dietro quell’ultimo grattacielo, il grigio continua. Altre volte invece son solo scaracchi appena meno blu del cielo intorno, passano in fretta e ti sembra di dare fastidio se li guardi, sempre a testa in su, come se il destino arrivasse da lì.
Come le persone, uguali, anche con loro alle volte, quelle rare, sembrano che non finiscano più, sembra che dire basta non basti, che non dipenda da te, ci sono bipedi per cui la volontà non è nulla, non che non ci pensino, a te, semplicemente fanno come cazzo gli pare.
C’è gente che arriva come un temporale, non ci sono ombrelli che tengano, o hai un tetto sotto cui aspettare che passino oppure semplicemente ti passano sopra e, se va bene, quando tutto è finito puoi solo aspettare che i cerini asciughino, e poi dopo ti accendi una marlboro.
Yvonne era così, e non è che aveva imparato, c’era nata, e non faceva nulla di speciale, respirava amava e cantava, come tutti. Solo che quando lo faceva lei c’erano spesso l’aria bassa, il tuono cupo, e luci improvvise, così tanto che non capivi se erano un bene o erano un male, comunque sia veniva da guardarla in quegli occhi, come se il destino arrivasse da lì.
Ho passato anni a cercare di capire di che colore avesse gli occhi, anni a guardarle dentro, cercando poi un dentro il dentro, e poi ancora un altro dentro, finché non ho consumato la voglia di capire, e non mi è venuta quella di elencare.
Blu, quello è facile, lo ricordi come se niente fosse, specie se ride e si tira sulla spiaggia indietro i capelli. Blu dritto e fondo, blu come quello che capiscono tutti, blu e basta.
Poi ci sono gli azzurri grigi, ed è lì che cominciano i problemi, perché anche se non sono trasparenti è come se qualcosa del come li guardi ci restasse appiccicato, come uno specchio ma nemico, perché in quei grigi ti capita di rivederti, ma mentre c’è qualcuno che ti mangia. Sono tanti, pomeriggi passati ad ascoltare le sue storie, sguardi di notte, una lampadina testimone, e mattini lupi, quelli in cui è Yvonne ma è anche di più, come quando è asciutto, ma sembra stia per piovere.
Poi c’è il nero, che è uno, come il blu ma peggio, perché non c’è spiaggia né risata, non c’è nemmeno il rosso dei capelli, c’è solo quello, il nero, e il fatto che sia in un paio di occhi non lo rende meno scuro e forse buono, il nero di Yvonne è uno, e l’ho visto due volte, tranne questa, e quindi adesso sono tre.
giovedì, ottobre 09, 2003

New York, 1930.
Ho capito di avere imparato a suonare quando la gente che passava ha incominciato a fermarsi. Gente a caso, i ragazzini dell’orfanotrofio, i passanti nelle notti clandestine, e invece che ridere o parlare o gridare se ne stavano lì, in silenzio, e invece che come persone io li percepivo come uno.
Quando suono chiudo sempre gli occhi, non so perché, ma questo non vuol dire che io non veda, solo che lo faccio in un altro modo.
Dev’essere l’aria, mentre la suoni la respiri diversa, senti che ti attraversa, da fuori, dentro, poi nella bocca e la tromba, la cambi, ti cambia, forse è quello, e non me ne accorgerei se non la guardassi passare, con gli occhi chiusi, fuori. Ho capito di avere imparato a suonare quando la gente che passava ha incominciato a fermarsi, e io ero un cieco che vedeva con la bocca, il naso, il battito del cuore, sentivo un solo silenzio, lo facevano loro, e non era sempre lo stesso.
I marinai avevano un silenzio nervoso, dopo mesi di nave si sentiva che avevano voglia di vedere, fare, bere, e probabilmente era strano stare a guardare quel ragazzino magro con le dita bianche per lo sforzo, le guance piene, i pantaloni corti, neanche un piattino con cui chiedere i soldi, solo una tromba, e musica trovata per strada, per caso.
Gli ubriachi dondolavano, il loro era un silenzio denso, perso, scivolavano su note a caso, così, su dune di pensieri e sogni e paure distanti solo un muro, la bottiglia, a volte ruttavano, ma lo sapevo che non era mancanza di rispetto.
I mafiosi erano quelli che poi mi davano più soldi, ma loro erano fatti così, quello che gli davi spontaneamente, non per timore o per voglia di piacergli, si sentivano costretti a pagarlo, e avevano tutti un rotolo di dollari in tasca, da cento quelli di successo, da uno quelli vecchi, o quelli che avevano ancora del lavoro da fare.
I ragazzini di Dentro mi ascoltavano anche loro, alcuni con la faccia tra le mani, seduti per terra e la testa chissà dove, altri non volevano che si capisse, e continuavano a far correre una palla sgonfia, in linea retta, ma io sapevo che ascoltavano, ogni volta che finivo una canzone si fermavano e si mettevano a guardare, me, il cielo, il Fuori.
Per le donne era diverso, il loro silenzio dipendeva molto da chi avevano accanto, o da chi avevano lontano, molte di quelle sole piangevano e mai che lasciassero un soldo, le altre stringevano il braccio del compagno, come io facevo con alcune note, tirando la testa indietro e la tromba in alto, verso la notte quella vera, come se la musica fosse arrivata da lì, e lì volesse tornare.
Una volta, su un marciapiede, in una delle mie notti Fuori, quando ho finito mi sono asciugato la fronte, tiravo respiri rapidi e avevo quasi voglia di una sigaretta, per questo ho aperto gli occhi, per chiederla a loro, a quelli intorno, il primo sguardo, dopo, è il più difficile, battevo le palpebre, e c’era uno, nero.
Mi si è avvicinato, un pensiero dentro mi ha fatto paura, credevo potesse essere un amico, il figlio, qualcuno di vicino al negro morto, di quello che nella mia testa mi aveva regalato quella tromba, ho fatto un passo indietro, ricordo che la scarpa aveva le stringhe sciolte.
“ Ragazzo” mi ha detto.
“Sì, signore” lo guardavo dal basso, cercavo le somiglianze col negro del vicolo, ma questo era vivo, era in piedi, aveva una cravatta rossa.
“Dove hai preso quella tromba?” mi ha chiesto.
“Io, io, io”
“L’hai trovata?” le labbra grosse, il cappotto enorme.
“Ecco, sì, l’ho trovata” avrei voluto allacciarmi quella scarpa
“Dove?” per correre, correre via.
“Non mi ricordo, io, signore, io” c’era altra gente, intorno, sembrava che ormai avessero dimenticato che io.
“La sai suonare, sai?” mi ha detto il negro, le labbra sempre grosse, la scarpa sempre slacciata.
“Ah, grazie, signore” non sapevo se fargli un sorriso.
“Sì, sei bravo, anzi, sai”
“Cosa?”
“Mi ricordi qualcuno” lui forse sorrideva, forse, no, ha cominciato a girarsi.
“Signore?” si è fermato, mi ha guardato ancora.
“Cosa?”
“Non ha mica una sigaretta?”
L’aveva, me l’ha data, quando l’ho accesa mi sono accorto di essere rimasto solo, non sentivo le gambe, al primo tiro ho chiuso gli occhi, ma invece che la musica ho sentito un applauso, una cosa minima, solo due mani.
“Ha ragione” ha detto una voce, veniva dal buio.
“Chi?” era alta appena più di me, aveva un ciuffo sugli occhi, un abito corto e due ginocchia magre come carestie.
“Quel tizio, quello della sigaretta” aveva i capelli che anche al buio avevano un’ombra tutta loro, rossa, e un tono della voce, un modo di farti sentire scemo e importante.
“Dici?” aveva un tempo tutto suo, e occhi che quando li apriva sentivi che dovevi dire qualcosa, e non ci riuscivi.
“Oh, sì, sei proprio bravo” aveva un sorriso, e un nome che adesso quasi non ricordo, perché poi l’ha cambiato, ed è diventata Yvonne.

Dietro a una porta c’è musica, fumo, gente e bottiglie quasi vuote. Sul palco poca luce, si vede appena un pianoforte, c’è uno curvo che lo suona come gli facesse la respirazione artificiale. Accanto a lui c’è un’asta, che sopra finisce con un microfono, due mani lo stringono, unghie lunghe e con lo smalto rosso che usa solo lei, Yvonne.
Per il lavoro ha tre vestiti, uno nero, uno bianco, uno nero. Stasera è bianco, nonostante quello smalto, il fumo, e gli ubriachi. Due sono soldati in libera uscita, uno ridacchia e l’altro la guarda fisso come se nascondesse qualcosa, forse il finale della canzone.
Yvonne prende fiato, ha un ciuffo su metà del viso, lo sguardo a terra, e ancheggia piano, al ritmo del dondolio delle teste. Pete e io ci avviciniamo a un tavolino con la scritta “Riservato”, alla destra del palco, lei non ci vede anche se alza la testa, il petto è pieno di musica, lei la soffia fuori, modulando only yooooooooooooooouuuuuuuuuuu.
Poi tace lei, subito dopo il pianista, le teste continuano a dondolare in rima coi fianchi, lei li volta, per un attimo è proprio sotto la luce, bianca come il vestito. Quello al tavolo accanto sospira “che culo”, Pete lo guarda male, Yvonne esce, il pianista si alza, si inchina, ringrazia.
martedì, ottobre 07, 2003
Lo scopro ora:
"Qualora l'Utente metta a disposizione di Splinder, per la diffusione tramite il sito, materiali o pubblicazioni in relazioni ai quali sia titolare dei relativi diritti di proprietà intellettuale, Splinder s'intenderà autorizzata dall'Utente allo sfruttamento economico di tali diritti che sia connesso alla suddetta pubblicazione o diffusione, con rinuncia da parte dell'Utente a qualsiasi corrispettivo, fermo il diritto morale di esserne riconosciuto autore".
Suppongo sia fine ironia, o no?
lunedì, ottobre 06, 2003
Ho comprato questo libro perche' ha vinto il Pulitzer e il National Book Award, e anche perche' il rapporto prezzo/numero di pagine e' confortante per chi e' affetto da bulimia editoriale.
Sono 613 pagine, non contando i ringraziamenti, in cui si assiste basiti al trucco di un mago che parla di storia raccontando una storia, quella di un tizio di nome John Paul Vann, nato in una di quelle americhe storte e ubriache che chiedono l'elemosina all'America da strette di mano e ottimismo.
Letteralmente e' la storia di un figlio di puttana che ama sua madre e si vergogna di lei, e parlo di sua madre, e parlo anche dell'America.
E' una storia che si apre con il suo funerale, il funerale di Vann, e fin da li' colpisce il taglio senza sangue con cui si racconta una storia di vivi e di morti, di soldati e innocenti. Non c'e' l'epica del combattimento, sono seicento pagine di guerra raccontata come fosse un lavoro: se c'e' un valore non sta nella lotta, nel guerriero, quello che rimane in mano dopo il libro e' la cronaca folle di un lavoro andato male, con tutti i dettagli in termini di tempi e materiali.
C'e' tutto in quel libro, dai nomi dei sergenti a quello dei generali, e le citta', i paesini, le colline su cui sono morti in tanti senza un motivo valido, e senza neanche un motivo vero, visto che gia' dal titolo si parla di una bugia, "sporca" nel titolo italiano, "bright shining" in quello inglese. Una differenza tra aggettivi che somiglia al prima e al dopo di una guerra in cui sono morti in troppi, contando sia gli uomini che le illusioni, e ci sono stati un uomo e un'illusione con lo stesso nome, John Paul Vann, un figlio di puttana che somiglia molto al suo paese, a sua madre, sia da vivo che da morto.

Ieri sera quasi sotto casa ho visto un carrarmato.
Esso era un oggetto marrone e blindato, fermo per strada come per una banale foratura. Tre carristi in elmetto salivano e scendevano, dando agio all'occhio di cogliere al meglio la sua altezza poderosa, opposta a un'orizzontalita' parecchio cazzuta che finiva sul davanti con un cannone molto lungo, che veniva voglia di chiedere agli omini se era inserita la sicura.
Dei carabinieri lampeggianti stazionavano in stivali e grande fretta, facendo cosa non si sa. Poi si e' messo in moto, il carrarmato, scatarrando un fumo da terzo mondo e un rumore senza comfort granturismo, e son partiti tutti in direzione non si sa.
Un tizio mi si e' accosto e mi ha domandato "che succede?", io ho risposto "la partita", e mi ha fatto pena il mondo quando ha annuito "certo certo", e ho dovuto dire che scherzavo.
venerdì, ottobre 03, 2003
1.
Io adesso sono un bambino, io sono un bambino incazzato, e qualcuno, qualcuno cattivo, mi ha appoggiato il cazzo alla pelle innocente. Mi ha toccato l’innocenza col cazzo, ha cercato di portarmi la mano sulle palle pelose e unte. Aveva un sorriso enorme. La mia mano bambina, i miei occhi grandi, vicino alla puzza, la perfezione inconsapevole in corto circuito con il predominio. Il sangue raccolto in un cazzo e il mio aquilone strappato.
E io ora sono arrabbiato.
Sono molto arrabbiato.
Suono il citofono, cerco di non farmi ipnotizzare dal nome sul campanello. E’ scritto maiuscolo. Ho la bocca secca e quel nome mi sembra che parli di me, sembra che urli la mia verità.
Ho paura che qualcuno mi veda, che si accorgano, gli altri in cappotto e passo svelto e un cielo grigio-città al posto degli occhi, che io non ho maschera. Non voglio, non posso.
Mi batte il cuore, forte. Sotto i vestiti normali ho una guaina, una specie di domopack che è una maschera di serie B. Io guardo la televisione, come tutti, come i bambini, e so che gli investigatori sono astuti, anche se a volte non proteggono sino in fondo la verità. E quindi ho preservato le mie cellule, i miei peli, qualunque secrezione, con una guaina che sembra domopack trasparente. La mia mano è lucida, abbaglia quasi, quando la porto al campanello cercando di non farla tremare.
Ho una scossa mentre il dito affonda, sento i contorni del foro del pulsante. Sto suonando al campanello della giustizia.
Aspetto risposta, un segno, nell’altra mano la sacca pesa, cazzo quanto pesa. Ci sono vestiti di ricambio, altre forbici, quelle meno importanti. Anche un biglietto, l’ho scritto con molta attenzione.
- Chi è? –
Il cuore accelera, non credevo fosse possibile. Sono un bambino, adesso sono un bambino, ma non posso, ho bisogno di una maschera, ancora per poco, le forbici importanti, le mie forbici me lo giurano, in un urlo affilato che viene dalla tasca del cappotto. Il mio metro e ottanta mi dà le vertigini.
Sono un bambino arrabbiato, e la Giustizia è come una madre che prepara la merenda e non mi stupisce la fermezza della mia voce quando risponde
- Pony Express, un pacco per il signor Parrini –
Parriniparriniparriniparrini, ha un tono tranquillo quando dice
- Terzo piano –
Tranquillo , come se non sapessi cosa nasconde dietro a quella tranquillità, i pensieri nascosti nel fondo degli occhi e la mano destra nel fondo delle tasche, quando vede un bambino, un altro magari, non me, ma non fa differenza.
Io sono un bambino, loro sono bambini, c’è solo un bambino alla fine, così come in fondo a quegli occhi e a quelle tasche c’è solo una bestia, un animale immondo nemmeno degno di essere un drago di fiaba. No, è un essere abietto da schiacciare, un’altra maschera da bruciare. Lo diciamo in tanti, noi unico bambino e la giustizia e le mie forbici.
Pesa meno la sacca adesso, il cuore l’aiuta, la sostiene, anche nel buio dell’androne, il puzzo di minestrone e scooter, distinguo ogni addendo a quell’odore indistinto ai più, ai grandi, ho il naso bambino io.
E il cuore.
Apro l’ascensore, evito lo specchio, non mi piaccio senza maschera, quegli occhi non sono per me, ma per lui.
Parriniparriniparriniparrini. Non gli toccherò il cazzo, no, ma gli guarderò il cuore, oh sì. Tanto lo so che non ci trovo niente, non ci sono sentimenti, non c’è nessuna pietra magica. Viola e appiccicoso, senza luce, con un odore forte.
Io sono un bambino intelligente e arrabbiato, con il domopack a proteggere le mie cellule dagli investigatori troppo adulti per capire, con il domopack trasparente a tenere insieme, a rendere un unico centro la mia voglia di giustizia, il mio passato, che è il presente di tanti bambini sporchi solo di terra e pomeriggi di sole che dei maiali guardano giocare spiandone i movimenti del culo. Ma la bestia è una sola, così come il bambino è uno solo, come c’è un solo futuro, sono le maschere ad essere tante, e una è la faccia sorpresa di Parrini che appare nella mezza porta aperta di casa sua. Malabestia.
- Come sta signor Parrini? –
- Bene…ma noi ci conosciamo?…ah sì, è vero, noi ci siamo conosciuti sull’-
- Sta salendo un ragazzo, uno di quelli che portano i pacchi, ho sentito che chiedeva di lei, e mi son detto, sarà proprio lui? la disturbo? –
- No, io, no, non facevo niente. Leggevo –
Dà un’occhiata dentro, un salotto. Un’altra maschera, ne ho viste tante. Gli guardo il petto, so che lo aprirò.
- Se vuole ripasso, non volevo disturbare, mi sono chiesto se era lei, mi faceva piacere farle un saluto –
Gli faccio un sorriso aperto, da bambino, io sono un bambino, e a lui piacciono i sorrisi dei bambini, meno delle loro bocche sul suo cazzo, ma comunque abbastanza da fargli dire
- Mi fa piacere, che caso, entri pure –
La porta mezza aperta, non vede la mano con la mia pelle da bambino nascosta dal domopack trasparente e lucido. Entrando gli sfioro il petto. Stavolta fa più piacere a me.
giovedì, ottobre 02, 2003
Il nero, che fa paura se lo guardi tutto insieme, e fa nostalgia, se pensi che alla fine è una filigrana delle ombre. Nel nero se ci guardi trovi tante ombre, una sull'altra, i ricordi che confondi in onde messe in verticale, come il mare che guardavo come se non mi parlasse per dispetto.
E le sirene, mi chiedevo, e i tritoni, gli animali leggendari, le fiabe, le conquiste delle fantasie di uomini morti che anche loro il mare lo fissavano, vedendoci ombre e capricci, e come sirene le ombre alla fine li hanno presi.
In quel nero quella notte sopra al ponte cercavo l'africa seduta in mezzo al mare, addormentata ma lucente di occhi di leoni senza cena e la savana con i fili d'erba bruciatissima dal sole, il vento la carezza diseguale, la savana.
mercoledì, ottobre 01, 2003
Era una notte strana, quella con la nave sotto i piedi e una rotta che in Africa finiva, una nave sotto i piedi, le lamiere progettate a Genova o chissà, cellette di cabine e gente orizzontale che dormiva, io invece fumavo fino al filtro la giornata che finiva.
- Scusa, mi fai accendere? - ancora lei, su tacchi di silenzio si era avvicinata, mi sono voltato e le ho chiesto
- Come ti chiami? -
- Se te lo dico mi fai accendere? -
- Anche se non me lo dici -
- Grazie, sei gentile - e si sporge in avanti, il profumo, lo sapevo che c'era, sa di dolce e romantico da cinema
- Allora? - le ho domandato mentre l'accendino ombre nuove sul suo viso, ha aspirato avidamente, un fumo vecchio e nuovo
- Cosa? - e ha sbattuto le ciglia, sapendo che tanto non le avrebbe rovinate
- Niente - per dispetto non l'ho guardata più e mi sono rivolto verso il mare
- Vuoi sapere come mi chiamo? -
- No -
- Sei arrabbiato perché non te l'ho detto -
- No -
- Invece sì -
- Ok, sì - masticava ancora la sua gomma, e poi dicono che l'infinito che non esiste
- Tu come ti chiami? -
- Bic - le ho risposto, il mare davanti era uguale a prima, eppure lo sapevo che non era lo stesso
- Come la penna? -
- No, come l'accendino -
Lei per un po' non ha detto nulla, allora sono tornato con gli occhi su quei capelli, biondo svezia che non aveva preso da sua madre ma da un prodigio da coiffeur, poi le sopracciglia, scure sotto la frangia che per il vento era sveglia pure lei, gli occhi, un naso, una bocca con cingomma e sigaretta, fumava e guardava il mare come se ci fosse qualcosa da capire.
Forse per un po' poi lei ha parlato al vento e all'orecchio mio distratto, curva la mia schiena s'abbandonava al buio e mi diceva stanca, sono stanca, sempre più curva lei, sempre più distratto l'orecchio, allora un sorriso neanche bello, le ho fatto, un sorriso quasi
- scusa -
- di cosa? - ha chiesto
- scusa, io ho sonno -
- vuoi una gomma? -
- per cancellare il sonno? -
- no, da masticare - e ha ridacchiato come quelle che al tavolo in un locale di notte e c'è il momento humour, una risatina specializzata in
- stupidaggini, dico tante stupidaggini - le ho confessato
- tipo? -
- tipo buona -
- buona? -
- notte -
E me lo ricordo che bionda tette in fuori ha sporto una mano che ha chiamato la mia, l'ha stretta su e giù, ci siamo guardati, e allora io la mia l'ho messa in tasca, lei s'era girata come a dire faccio altro, le ho bussato con la falange sulla carne nuda brivido di freddo, s'è voltata, ha guardato il mio pugno chiuso, aperto allora io, hanno sorriso, la mia mano palmo in su e lei, e ha preso l'accendino che prima stava nella tasca.
- Così non rimango al buio - mi ha detto, invece di buonanotte anche lei a me, ed è tornata con il naso fuori e i capelli sulle spalle giocherelli lì nel vento.
Una nave nel buio è civiltà che passa e paga schiuma all’acqua primitiva che dietro si ricuce, e poi si scorda, di notte nel buio una nave è un amore con il camin che fuma e le nostalgie strette strette alle ringhiere, che amano e che fumano anche loro.
Secondo alcuni Dio è alto, bello e non ti fa mai del male, invece il mare è basso, a volte brutto e puoi morire, quindi forse il mare è il diavolo, quando ci sei dentro.
Perciò in paradiso il mare no, al massimo una spiaggia, sabbia fine senza fine, bianca, che continua fino al purgatorio, e lì si sporca ma acqua ancora nulla, fino all'inferno non ce n'è.
Il mare circonda l'aldilà, e di notte è una tenebra graffiata dalle schiume, e il vento si lamenta con le nuvole le stelle, le tue mani sopra al ferro, se ti sporgi oltre con il naso. Di notte una nave è come un pensiero abbandonato, un fiore di luce all'occhiello del nero, è gente che dorme e pensieri strani sopra a un ponte, e ricordi, di notte il mare se lo guardi è acqua e sale coi ricordi.